Recensione: “Il sogno dormiente” (2016) di Paolo Di Orazio

Articolo di Francesco CoriglianoIl sogno dormienteDormire in una bara è prerogativa dei vampiri, Bela Lugosi li interpretava e vi dormiva sul serio, ma cosa succederebbe se qualcuno che non ha a che fare col mondo dei succhiasangue vi dormisse davvero? Se ciò determinasse un’infezione pari al vampirismo, ma completamente diversa, cosa bloccherebbe la pandemia? Pochi saprebbero rispondere… Le forme di delirio possono essere verità necessarie e dolorose, catarsi. Vienna, tra le due Guerre. Il cardiochirurgo Thomas Rudolph Werner, anziano e ricco, famoso e misantropo, dorme di giorno e di notte in una cassa da morto. Le ragioni di questa sua folle usanza sono occulte a Jacob, suo unico e fidato maggiordomo. Torturato dal mistero, Jacob approfitta di un momento di assenza del suo padrone e si distende nel feretro, convinto che il chirurgo stia conducendo un esperimento propizio all’immortalità. I suoi sospetti si fanno più forti grazie a sensazioni ignote vissute all’interno della bara. Jacob uccide Werner, s’impossessa del feretro, ma precipiterà in un limbo tra la vita e la morte, da cui sembra impossibile tornare indietro, se non completamente trasformato.

Titolo: il sogno dormiente | Autore: Paolo di Orazio | Editore: Kipple Officina Libraria | ISBN: 9788898953622 | Anno di pubblicazione: 2016 | Pagine: 196 | Formato: Epub | Prezzo: 1,99€

Il sogno dormiente di Paolo Di Orazio è un romanzo edito da Kipple Officina Libraria nella collana k_noir. La vicenda è ambientata a Vienna tra le due guerre, e consiste nelle esperienze allucinanti vissute da Jacob, giovane maggiordomo al servizio dell’anziano chirurgo Werner, che uccide il proprio padrone per scoprire i misteri celati nel giaciglio in cui il medico va a riposare ogni giorno: la Bara Rossa. Va subito chiarito che Il sogno dormiente è un testo di difficilissima classificazione. Chi vi scrive non ha certo intenzione di etichettare rigidamente questo romanzo – sarebbe un’assoluta ingiustizia, ancora più grave per un testo simile – ma va rilevato che spesso, durante la lettura, ci si chiede cosa esattamente si stia leggendo: un’opera weird, un horror, un urban fantasy? Se proprio si volesse ricorrere ad una categoria, la più azzeccata sarebbe probabilmente quella di realismo magico – ma con tutte le cautele del caso, poiché Il sogno dormiente è talmente peculiare da sfuggire anche a questa classificazione e si avvicina ad essa soltanto per il modo in cui è trattata la tematica soprannaturale.

Infatti, subito dopo che il protagonista Jacob ha compiuto l’efferato delitto e ha avuto modo di saggiare le qualità della Bara Rossa – che almeno all’apparenza sembrano limitarsi alla capacità di suscitare incubi spaventosi ed estranei alla propria psiche – ci si trova davanti ad una situazione grottesca, ma posta ancora nei confini del trattamento “ordinario” dell’impossibile in letteratura: la Bara Rossa insegue Jacob nella casa di Werner – in una sequenza che è, probabilmente, tra le più riuscite dell’intero romanzo – e il giovane servo vive (come ci si aspetterebbe) la cosa con un indicibile orrore. Eppure, presto la situazione narrativa cambia: una volta che Jacob viene stritolato suo malgrado nell’ingranaggio della Dinastia delle Bare, iniziando il processo di incarnazione forzata prima in albero e poi in bara, vengono introdotti una delle tematiche portanti del romanzo e uno dei modi alternativi di trattare la vicenda: la coscienza dell’oggetto inanimato, e la “normalizzazione” della coscienza stessa. Infatti, quando Jacob capisce a quale assurda sorte sta andando incontro, cerca di capirne la logica e di sfruttarla per potersi in qualche modo salvare. Il soprannaturale viene accettato (come appunto accade usualmente nel realismo magico, nel quale il soprannaturale stesso prima irrompe in quanto tale e viene presto “assorbito”).

Il romanzo segue quindi le vicende di Jacob, trasformato in una bara e intento a non soccombere o impazzire nella costante e paradossale compresenza nel mondo reale e in quello parallelo/altro dell’obitorio dei sogni e del Bosco dello Stagno. Questa situazione è trattata estesamente e costituisce il vero corpo del romanzo; oltre a consentirci di sapere cosa vive una bara cosciente – e in questo l’autore offre scorci visionari, incentrati sulla sensorialità alterata di un uomo-sarcofago che è legno e carne e che è reale e sognato – veniamo anche immersi in un mondo tenue e vago, in cui ogni cosa rimanda ad altro in uno scambio tra dimensioni terrena e ultraterrena (a margine: qualcosa potrebbe ricordare molto alla lontana alcuni dei procedimenti individuati da Auerbach nell’interpretazione figurale della Divina Commedia; e d’altro il poema di Dante è presente, con dei “dannati” incarnati in alberi) alla quale ci aveva preparato la costante presenza dei sogni. Il tema onirico è infatti onnipresente, dall’inizio alla fine, e contribuisce a introdurre il lettore alla logica alterata del testo. Però, per quanto a Di Orazio le descrizioni dei sogni riescano egregiamente, c’è da rilevare che sono forse troppo numerosi (sebbene in ognuno si possa individuare, in un modo o nell’altro, un indizio su quanto sta accadendo ai personaggi) e che perciò tendono talmente tanto la predisposizione verso il soprannaturale – ovvero: quanto mi aspetto che stia per accadere una cosa incredibile e che essa sia reale – da creare uno scarto tra narrazione e lettura. Cioè, l’interpretazione “stride” tra il tentativo di trovare una logica all’interno di quanto accade e degli stratagemmi di Jacob per riuscire a reincarnarsi in uomo, e i fatti continuamente e repentinamente stravolti attorno a lui (in particolare il cambio di ambientazione). Peraltro Jacob stesso interviene spesso a ricordarci che è tutto assurdo e che la situazione che vive non dovrebbe esistere, ma la sua stessa insistenza risulta forzata a indirizzare il lettore stesso verso i binari della realtà: eppure la narrazione spinge troppo, è vorticante ed esplosiva, e sembra quasi strano che alla fine davvero tutto torni a richiudersi nella realtà ordinaria. Questo ritorno alla logica è insistente anche nei meccanismi della trama, che va avanti ad intuizioni su cosa sia necessario fare per bloccare il sistema delle Dinastia: eppure queste intuizioni possono essere solo dei protagonisti, poiché il lettore risulta talmente alienato dalla logica confusiva (non confusionaria!) da dover ricevere costantemente aiuti e appigli per capire le decisioni dei personaggi e quello che gli sta accadendo.

Insomma: la logica c’è, ma è talmente estranea da affascinare più per il suo tortuoso funzionamento che per una reale comprensione delle sue meccaniche. Il fascino del romanzo sta nell’osservazione del Maelstrom, e non nell’indagine sulla potenza specifica delle sue singole correnti.

Puntualizziamo: la trama c’è e si lascia seguire, ma per quanto abbia degli spunti anche geniali (l’idea stessa della bara vivente e del suo funzionamento è davvero notevole) il vero fulcro del romanzo è l’incanalamento delle narrazioni psichiche, sensoriali ed oniriche che il mondo del Bosco dello Stagno rifrange sulla realtà. La cosa farà probabilmente storcere il naso a chi si aspetta un horror ortodosso, ma Il sogno dormiente è qualcosa di molto diverso da un semplice romanzo onirico o da un banale intrico di terrificanti mondi paralleli: è un’esperienza allucinante ed alienante, che va presa esattamente per com’è e senza forzare interpretazioni (la tentazione è soprattutto quella della spiegazione psicanalitica) che finirebbero per deformare un cuore pulsante di altra logica e di angoscia. La stessa categoria di realismo magico cui si è accennato qui è puramente esemplificativa e non rende giustizia ad un romanzo che osa molto e che riesce – forse in extremis, ma riesce – nel suo intento di spaesare, avvincere e affascinare.

Francesco Corigliano

PAOLOL’AUTORE

Paolo Di Orazio Dal 1987 disegna, sceneggia fumetti, pubblica racconti e romanzi per Acme, Granata Press, Addictions, Castelvecchi, Mare Nero, Coniglio Editore, Nicola Pesce Editore, Beccogiallo, Clair De Lune, Urania, Rizzoli, Cut Up, Kipple, Bietti, Independent Legions, Raven’s Head Press, la rivista americana «Heavy Metal», «Cattivik». Coordina le testate «Splatter», «Mostri», «Nosferatu» e «Shinigami».  Il suo libro di esordio, Primi delitti (1989), scatena un’interrogazione parlamentare nel 1990 per istigazione a delinquere e vende 12.000 copie in edicola. Nel giugno 2015 viene pubblicato negli Stati Uniti col titolo My Early Crimes per la Raven’s Head Press dell’editore Michael Hudson.  Dal 2015 è membro della Horror Writers Association.  Nello stesso anno, il suo racconto Hell (incluso in Dark Gates, Kipple 2014, con Alessandro Manzetti) viene inserito nella lista mondiale dei Best Horror Of The Year redatta da Ellen Datlow.