Intervista a Danilo Arona

Intervista di Vincent SpasaroDanilo AronaMi ripeto: Danilo Arona, ovvero l’horror in Italia. Chiunque desideri capire quale sia lo stato di salute della letteratura più oscura nel nostro paese deve leggere almeno una manciata dei suoi romanzi prima di emettere qualsiasi giudizio. Saggista, musicista, esperto di sovrannaturale, oratore istrionico e autoironico, Danilo Arona è talmente sfaccettato da aver dovuto creare almeno un suo alter ego, il nerissimo Morgan Perdinka, a cui ha affidato il compito di curare alcuni aspetti della sua personalità narrativa, ed è riuscito a far fiorire personaggi come Melissa che ormai vivono di vita propria, spesso nella penna di altri narratori. Se siete curiosi, chi sia Danilo Arona ve lo spiegherà lui stesso in questa bella intervista che mi ha concesso e per cui, da amico, lo ringrazio immensamente.

Caro Danilo, grazie per aver accettato questa chiacchierata.

Land's EndParto subito con la grande novità di settembre. È appena uscito nelle librerie il corposo romanzo “Land’s End – Il teorema della distruzione” scritto a quattro mani con l’editor Sabina Guidotti per i tipi di Meridiano Zero, che ultimamente stanno facendo uscire molti romanzi di pregio dei nostri generi preferiti. Ci puoi parlare di questa collaborazione fra uno scrittore e una editor?

Con molto piacere. Intanto nulla è più sorprendente della verità… Un paio di anni fa, mentre sto producendo le prime cartelle di un lavoro provvisoriamente intitolato “La scogliera più alta”, mi scrive Sabina Guidotti che conoscevo di nome più che vagamente come editor di Mondadori. Trovai il contenuto della mail tanto lusinghiero quanto imbarazzante. In sostanza mi diceva: «Sei il mio scrittore preferito bla bla… concedimi l’onore di essere l’editor del tuo ultimo romanzo». Io le ho risposto che non esisteva alcun ultimo romanzo ma solo una cinquantina di cartelle di un abbozzo di idea. «Se credi ti mando quelle», e così è stato. Il fatto è che le cartelle mi ritornano, sì, ma non sono più 50 ma 70 circa. Non sono soltanto corrette e migliorate, ma pure “prolungate” in maniera egregia. E che dovevo fare? Visto che la Guidotti si era inserita felicemente, le ho proposto di continuare a quattro mani. Abbiamo lavorato nell’unico modo possibile dato che, essendo io iniziatore della storia, ho fatto da “timoniere” sino alla fine con ampio spazio per i suoi inserimenti, devo dire più che coerenti. A un certo punto la “mente che cancella” è divenuta una sola.

“Land’s End” ha un tema molto particolare ed è giocato, come spesso ti capita, su riferimenti incrociati, scatole cinesi, citazioni evidenti o per iniziati. Vuoi accennarci la trama e la genesi del romanzo?

Temo che raccontare “Land’s End” sia impossibile. E svelare il filo rosso del meccanismo mi sembrerebbe sacrilego. La trama- timone è quella anticipata sulla quarta: una coppia matura che per questioni ereditarie finisce a vivere in una casa in Cornovaglia, costruita su una scogliera a strapiombo. Lei, Dafne, è una consapevole sciamana, e il marito Angus, è un ex-giornalista specializzato in cronaca “misteriosa” (sicuro, un mio alter ego…). E inizia attorno a loro una strana e strisciante Apocalisse, con segni inquietanti che si manifestano dal cielo, dai sogni, negli animali. Un meccanismo di suspense in progress, in stile, per capirci, “Ultima spiaggia” di Nevil Shute. Ma questa è la scorza o, se vogliamo, la trappola degli autori. Poi… bisogna leggere. E cadere piacevolmente in trappola.

l'estate di montebuioNel romanzo troviamo il tuo alter ego, Morgan Perdinka, già presente in opere focali della tua produzione come “L’estate di Montebuio” (Gargoyle) e “Malapunta” (XII). Mi piacerebbe che tu approfondissi questo personaggio.

Ne “L’estate di Montebuio” Perdinka era lo scrittore protagonista, prima bambino e poi adulto (suicida). Per “Malapunta” Perdinka è l’autore in un ironico gioco di specchi che ci eravamo inventati, Daniele Bonfanti e io. C’è un altro personaggio con lo stesso nome che percorre la mia narrativa, un vecchio chitarrista fallito e dimenticato. Come mai, mi chiederai? C’è una ragione, anzi una coerenza “quantistica”, perché si tratta sempre dello stesso personaggio. Chi ha letto con attenzione la lunga prefazione a “Malapunta”, edizioni XII, ne è al corrente. Definizione sintetica: il Perdinka scrittore è un folle autolesionista, affamato di vita (e di morte) e di sesso, che non si rende affatto conto degli effetti-eco della sua scrittura.

Ho letto che consideri “Land’s End” come un seguito di “Montebuio”. Come si colloca nella saga (è stato pubblicato anche “L’Autunno di Montebuio” per la Nero Press)?

Non so se possiamo parlare di “saga”. In ogni caso “L’autunno” è uno spin-off, che va per conto suo in modo autonomo rispetto alle vicende de “L’estate”. Per quel che posso svelare, per conto mio “Land’s End” è il vero seguito de “L’estate” anche se avresti ben ragione a chiedermi quanto ci azzecchi la Cornovaglia, tra parentesi un mio viscerale e affettuoso omaggio alla grandissima Daphne Du Maurier. Eh, Vincent, bisogna leggere…

Io sono le vociUn altro tuo romanzo che mi pare venga citato nella nuova fatica è il sottovalutato ed enciclopedico “Io sono le voci” (Anordest). In che maniera i bambini dagli occhi bianchi e i killer di quel romanzo entrano nel complesso schema di “Land’s End”?

In ogni mio nuovo lavoro viene quasi sempre citato un mio romanzo o racconto precedente. Non pretende di essere un marchio di fabbrica, lo fanno in tanti. In che maniera entrano? Sbottonandomi proprio perché sei tu, i due killer di “Io sono le voci”, per far perdere le loro tracce, sono fuggiti in Cornovaglia al seguito di una Luna Park itinerante… Oh, basta così!

Questo è un periodo molto fecondo per te. Fra le altre uscite dell’anno citiamo il ritorno della magnifica coppia Rosati-Arona in “Medical Noir” (Acheron). Parlaci del libro di racconti, dove stavolta gli autori dividono la scena, e anche della differenza che hai trovato nelle varie esperienze di scrittura a coppia, visto che Edoardo Rosati è un tuo amico di vecchia data e Sabina Guidotti invece un’amica virtuale.

Con Edo si scrive “a blocchi”. Un capitolo o due a testa in progressione cronologica. Ci riusciamo perché siamo estremamente affiatati e rodati. Con Sabina, che presto sarà un’amica in carne e ossa (spero più in carne…), ho solo quest’unica esperienza che per forza di cose, data la partenza, è stata diversa. Ovvero, io procedevo e lei editava, arricchiva, aggiungeva, e in questo modo il suo ricchissimo e sorprendente mondo poetico interiore ha potuto integrarsi, e anche scontrarsi, col mio immaginario. Se ci sarà un futuro a questa collaborazione, lo stabilirà il destino editoriale di “Land’s End”. Per “Medical Noir”, con grande sincerità, si tratta di un’antologia personale di Edo (4 suoi racconti) che viene aperta da un mio racconto lungo, particolarmente immondo in quanto imperniato su un teratoma cronenberghiano. Beh, sì. “The Brood” è stato uno dei miei titoli prediletti della fase horror del maestro canadese. E c’è spazio anche per Jimi Hendrix, come spesso capita.

Solo il mare intornoIl racconto lungo “Croatoan Sound” è stato di recente ripubblicato nella bella antologia della Nero Press “Solo il mare intorno”, anche in questo caso in compagnia di amici scrittori. Sarei contento se ce ne parlassi.

Con “Santanta”, ma anche con “Land’s End”, “Croatoan Sound” faccio un personale esperimento da proporsi come horror da esportazione, in questo caso nella cornice degli Outer Banks lungo le coste della Carolina del Nord. È un racconto che viene da molto lontano, destinato in versione assai più breve a un’antologia prevista per EPIX e curata da Giulio Leoni, “Daemones”. Saltato EPIX, ho deciso di prolungarlo, facendogli raggiungere la dimensioni di una novelette e attendendo la buona occasione per pubblicarlo. Facendo il critico di me stesso, operazione non proprio corretta, è un esempio un po’ trasgressivo di gotico americano che prende le mosse dal famoso mito, irrisolto, della Lost Colony, ovvero il mistero dei coloni perduti di Roanoke, una delle storie più affascinanti in cui mi sia mai imbattuto e della quale fornisco una soluzione in chiave del tutto fantastica. C’è spazio per i fantasmi, per creature mostruose che non ti aspetteresti e persino un frammento in salsa spy-action. Oh, quando non ci sono vincoli da rispettare, lo scrittore se ne frega delle regole…

Blue sirenÈ da poco fuori per Kipple la riedizione del tuo romanzo “Blue Siren e l’ultimo giro di vite”, che, come si evince dal titolo, analizza in chiave macabra il celebre romanzo di James. Raccontaci qualcosa di questa tua interessante destrutturazione del classico e anche del tuo rapporto con “Il giro di vite”.

In prima cosa ho “continuato” il “Giro di vite” di James. Perché il finale sospeso di quel capolavoro inarrivabile è quasi un invito a provarci anche se l’accademico che giace sepolto in me urla al sacrilegio. Urla insopportabili quando iniziai, ma gradualmente scoprii che nel mondo non ero l’unico. Alla rinfusa: Michael Hastings con “The Nightcomers”, che fu anche la sceneggiatura del film “Improvvisamente un uomo nella notte”; il lungo e raffinato omaggio inserito nel capolavoro di Peter Straub “Ghost Story”, in Italia “La casa dei fantasmi”; un ulteriore prequel, in forma di rappresentazione teatrale, firmato da Don Nigro, “Quint and Miss Jessel at Bly”; due clamorosi adattamenti a fumetti, l’uno di Alfredo Castelli e del sublime disegnatore Aldo Di Gennaro, uscito negli anni Settanta nella rivista “Horror” di Gino Sansoni, e l’altro, perla nella mia biblioteca, di Guido Crepax uscito nel 1989; un apocrifo di Sherlock Holmes a firma di Donald Serrell Thomas “Sherlock Holmes and the Ghosts of Bly” e nientepopodimeno che Joyce Carroll Oates nel racconto “The Accursed Inhabitants of the House of Bly”, pubblicato nell’antologia personale “Haunted – Tales of the Grotesque”. Mi pare di essere in ottima compagnia. Diciamo che prima ho scritto il sequel che è in buona sostanza un lungo interrogatorio cui è sottoposta Miss Giddens da parte di un avvocato incaricato dallo zio di Flora e Miles di indagare sulla misteriosa morte di quest’ultimo. Poi ho recuperato la cornice di James “al contrario” nel senso che l’ho trasformata in una provvisoria conclusione post-interrogatorio, con quei personaggi che hanno ascoltato i fatti di Bly destinati a diventare I Veglianti, una sorta di cricca esoterica che si dedica alle sedute spiritiche e ai racconti di fantasmi. Non mi addentro, per non complicare troppo l’esposizione del prolungamento contemporaneo, nelle varie vicende dell’oggi e in che modo di azzecchino con “Giro di vite”. Ma ci azzeccano… perché da un peccatuccio del turpe giardiniere Quint con Miss Jessell scaturì una bimba “mai nata”. E quella bimba, annegata in grembo materno nelle acque di Bly, se fosse nata sarebbe stata chiamata Melissa… Ma qui mi devo fermare. Magari qualcuno vorrebbe leggere.

Veniamo a un altro archetipo per te fondamentale: Melissa. Fra realtà e leggenda, vorrei comprendere come nasce un personaggio.

Già, ne abbiamo appena parlato. Che devo dirti? Come nasce il personaggio l’ho già confessato più volte. L’ho scoperta in rete in un sito scomparso www.melissa1999 e la storia di questa misteriosa sconosciuta investita sulla Bologna/ Padova che proiettava nel momento della sua morte la sua immagine in altre cinque zone autostradali al momento dell’impatto, con tanto di testimoni, era un bel gancio narrativo. Prima di farla mia (si fa per dire), ho tentato in ogni modo e pubblicamente di entrare in contatto con il webmaster del sito che nel frattempo aveva già smantellato il tutto. Volevo riconoscergli copy ed eventuali diritti, se mai li avesse accampati. Poi Melissa, per colpa o per merito di una certa antologia, si è evoluta. Ha delle origini mitologiche, anzi direi “cosmiche”, che sono raccontate da un certo Yon Kasarai in “Pazuzu” (Delos) e riportate ancora nei Libri Proibiti del medesimo dei quali un frammento è apparso, appunto, in “Bad Prisma”. Facendo l’inventario, Melissa appare per la prima volta in “Cronache di Bassavilla” e prosegue la sua carriera, si fa per dire, in “Melissa Parker e l’incendio perfetto”, “Pazuzu”, “Ritorno a Bassavilla”, “Blue Siren e l’ultimo giro di vite”, “Gli ultimi giorni di Bassavilla” e “Km 98”. Poi esistono contributi non di mio pugno in tutta l’antologia “Melissa e dintorni” e comparsate di altissimo rango ne “Il Diacono” di Andrea G. Colombo e in “Zona Zero” di Sergio Altieri. In onore della sua natura prismatica, Melissa è il Male al femminile in grado di irrompere in ogni epoca e situazione di crisi.

Danilo AronaLa tua città, Alessandria (o Bassavilla), torna prepotente nelle tue storie e nei tuoi articoli. Com’è il tuo rapporto con le tue terre?

Io amo le mie terre e le mie radici. Il Monferrato, l’Ovadese, i colli Tortonesi. Il Piemonte è splendido, misterioso e gotico. Con un’anima da scoprire e da riscoprire, avendo molto tempo e una macchina robusta a disposizione. Il cinema lo ha sfruttato poco, ma esistono dei tentativi che vanno di sicuro menzionati: “Hanno cambiato faccia” di Corrado Farina, “La città dell’ultima paura” e “La villa delle anime maledette” di Carlo Ausino, “Evil Things” di Simone Gandolfo, “Texas” di Fausto Paravidino. E, okay, c’è “Profondo rosso”, ma Argento ha composto com’è noto una sua città ideale dove dentro c’è tanto di Torino. Alessandria – trasfigurata in Bassavilla – attende ancora una consacrazione nera per quel che riguarda il cinema. A Fulci piaceva ad esempio e, se non fosse morto anzitempo, forse avrebbe girato qui “La maschera di cera”. Però in tanti ci stiamo dando da fare perché Alessandria sia almeno incoronata reginetta della paura letteraria: Giulio Massobrio con “Occhi chiusi”, Angelo Marenzana con la serie dedicata al commissario Bendicò, Giorgio Bona con più di un libro. Insomma, credo e crediamo nelle sue potenzialità “spettacolari”.

Hai anche una carriera di tutto rispetto come saggista. Come ti trovi in quest’ambito?

Ho cominciato come saggista. Neppure mi sognavo ai tempi – metà anni ’70 del secolo scorso – di produrre narrativa. Oggi però scrivo saggi soltanto a comando e su richiesta. Mi bastano e avanzano quelli on line che appaiono su “Carmilla” e ne “Il Superstite”. Però spesso ci sono degli ottimi coinvolgimenti… A breve uscirà un lavoro a più mani curato da Roberto Lasagna su Vincent Price, dove c’è un mio lungo capitolo. Price, anche lui un’Ombra Lunga, nato nell’ultima decade di maggio – un Gemelli perfetto -, è un personaggio che sento molto affine. Un autentico e gigionesco “buffone” che della sua clownerie ha fatto purissima arte. Anche a me piace essere un po’ buffone.

In alcuni casi come “L’ombra del Dio alato” (Marco Tropea, Kipple), il saggio pare voler tornare quasi nell’alveo della narrativa. Il narratore che è in te cerca sempre di venire fuori?

Sicuro. E viceversa. Sono due anime. Ma, appunto, come Price, mi sento bipolare. Sì, un paio di capitoli de “L’ombra del dio alato” sono pura fiction. Ma francamente l’argomento quasi lo richiedeva. Pazuzu, non so se mi spiego…

Hai attraversato varie decadi del fantastico italiano da protagonista. Vuoi raccontarci dell’ambiente in cui ti sei evoluto e come si è modificata la situazione della narrativa weird nel nostro Paese?

Giuro. Non mi sono mai sentito protagonista di alcunché. Ho sempre vissuto isolato, in provincia, felice di esserci. Quando non esisteva ancora la rete, facevo le mie proposte per normale via epistolare o per telefono. Ti lascio immaginare… Certo, la vita mi ha fatto il regalo di conoscere Vittorio Curtoni e tutto l’ambiente milanese che circuitava a metà degli anni ’70 attorno a “Robot” (Lippi, Nicolazzini, Mongini, etc…) e quello è stato un discreto “lancio”. E da cosa è nata cosa: i convegni (indimenticabile quello di Palermo nel ’79, stracolmo di pezzi da novanta), i festival (Trieste, Parigi, Sitges…) e nel contempo i primi esperimenti narrativi. Ma ero sempre un frequentatore occasionale che poi tornava ad Alessandria, perché lì vivevo e lavoravo, come accade ancora. Quindi la nozione di “ambiente”, come tu la prefiguri, a mia percezione non è mai realmente esistita. Sono esistite belle amicizie (Curtoni, Mongini, Lippi, Remo Guerrini e più tardi Marco Tropea, Laura Grimaldi, Sergio Altieri), ma nell’ambiente per parafrasarti – e va da sé che mi riferisco a Milano – non ci sono mai veramente stato. Ero un ospite, tipo ospite di Dracula, che andava e veniva. Uno “straniero”, i milanesi così ti vedono se vieni dalla provincia, ma si tratta di inevitabili sfumature. Poi di sicuro con Tecla Dozio, generosa e straordinaria animatrice della Sherlockiana, si è forse sfiorato quello che tu chiami “ambiente”, una sorta di movimento del neo-gotico in divenire zeppo di persone che si benvolevano l’una con l’altra, pensa te… Fammi citare eventi a loro modo degni della storia. Un sabato di febbraio del 2001 da Tecla, ore 12 (orario dei famosi sabati alla Sherlockiana…), presentazione dell’antologia curata da Andrea G. Colombo ed edita da Punto Zero (ovvero, da Edoardo Rosati) “Jubilaeum”, un clamoroso esempio tuttora insuperato, a parer mio, di “theological horror” a più mani – e che mani, Joe Lansdale, Lucarelli, Nerozzi, Defilippi, Joe Arden, Al Sarrantonio, Giampiero Rigosi e altri ancora. Bene, in via Peschiera 1 quel sabato lì si vide una coda tipo botteghini de “L’esorcista” nell’anno 1974. Ci vennero tutti, ovviamente gli scrittori partecipanti, ma anche tutti gli altri che si dilettavano 15 anni fa a scrivere horror e weird. Tutti amici, pacche sulle spalle, mille progetti, con Tecla che distribuiva salatini e bottiglie di prosecco. Ecco, quella volta fu un abbozzo di “ambiente”. Una bolgia con la netta e percepibile sensazione che l’horror aveva la potenzialità di spiccare il volo spaccando il culo ai passeri. Accidenti, Colombo e io che presentavano Lucarelli, lui che parlava di gothic, Altieri in prima fila… Poi, okay, ci sono storie che si sgonfiano da sole e “Jubilaeum” andò incontro a notevoli problemi distributivi. Ma, insomma, è la storia dell’horror italiano, alti e bassi, altissimi e bassissimi, e un giorno magari la scrivo. E oggi come stiamo? Potremmo stare meglio. Ma spesso devi fare i conti con questa esigenza editoriale di incasellare un romanzo in uno steccato di genere. Una straordinaria sciocchezza. Non so, c’è chi ancora osa chiedere, che so, a Tullio Avoledo di che “genere” sono i suoi lavori? È Tullio Avoledo, punto. Bene, tanti di noi, all’apparenza si muovono tra il weird, il gothic e l’horror. Ma sono riferimenti che, al limite, dovrebbero essere funzionali per il libraio (anche se spesso non è così…). Baldini è inconfondibile gotico rurale e romagnolo, altrettanto Paolo Di Orazio nel suo essere “oltre” ai confini delle metafore che di materializzano, Edo Rosati che “cuce” i Medici in Prima Linea con le mostruosità dell’inconscio, un certo Spasaro che fonde il genere bellico con il dark fantasy… Insomma, per dire che siamo “anche” horror. Ma da buoni italici personalizziamo i generi, facendone “fusion”. E questo forse oggi sconcerta qualcuno nelle stanze dei bottoni.

Ti si associa comunemente all’appellativo “underground”. Cos’è per te l’underground e quella di “scrittore underground” è una definizione che ti calza o ti sta stretta?

Sono underground se scrivo per un amico piccolo editore. Non lo sono se mi pubblica Mondadori. Non avendo esclusive, pubblico per chi me lo chiede, riconoscendomi la giusta retribuzione. Non mi infastidisce affatto essere definito underground. Anzi, mi fa tornare indietro nel tempo quando frequentavo certi ambienti. Moooolto indietro…

Armageddon RagHai vissuto anche l’ambiente musicale degli anni sessanta e settanta militando in vari gruppi piemontesi. Per associazione d’idee mi vengono in mente i Nazgul di Martin. Vuoi descriverci quel periodo d’oro della nostra musica, quello che ti ha lasciato dentro e come si associa questa tua passione al fantastico e al macabro?

Io ho suonato senza interruzione dal ’65 al ’75. Diciamo gruppi da balera con uno spiccato gusto rock, colpa anche mia: i Leons, i Privilege, il Pozzo e il Pendolo. In giro un po’ per l’Italia, ma soprattutto e ovviamente in Piemonte. Poi c’è stata un’interruzione di tre anni abbondanti perché iniziavano a furoreggiare le grandi orchestre di ballo liscio e al contempo ho iniziato un’attività imprenditoriale che ancora oggi va avanti e funziona. Ma nel ’76 mi ero già infilato nella prima radio alessandrina in FM, Radio Alessandria International, e la musica non l’ho mai veramente lasciata. Alla fine del ’78 ho ceduto al fascino di ritorno delle band on the road e sono andato a suonare la chitarra con Quel Pazzo Mondo, uno dei gruppi storici della città, gente che si era vista in TV e aveva attraversato la fama, quella vera. Con loro ho fatto due anni troppo divertenti anche perché la musica che proponevano (soul, funky, R & B) lo era, divertente. Poi, superato lo scoglio fatale dei trent’anni, la vita mi ha un po’ travolto: ho conosciuto mia moglie, ho fatto il dee-jay in discoteca (di quelli che mixavano con il pre-ascolto…) ma mi sono pure cimentato in organizzazione di eventi, programmazione cinematografica, festival di letteratura (Chiaroscuro ad Asti), un bel frittone misto che ben rappresenta la mia personalità un po’ troppo stratificata. Dal tutto la musica non è mai stata assente perché tuttora suono qua e là con chi mi ospita, in jam session o in gruppi tematici (i Western Comfort dedicati alla West Coast o gli attuali Anni di Piombo impegnati con il cantautorato di “fantastici quegli anni”, si capisce quali…). Non è un caso che dagli anni ottanta abbia messo mano alla mia opera più folle, vedi “Rock”, uscito pochi anni fa per Edizioni della Sera in edizione aggiornata e integrale che è un manifesto e al contempo la risposta alla tua domanda. Ma la musica, i testi, le vite dannate dei grandi rocker (Jimi Hendrix su tutti) e le mie esperienze dirette di palco e di lunghe notti in autostrada hanno sin dall’inizio permeato la mia narrativa con “Il vento urla Mary”, “Palo Mayombe” e “La stazione del Dio del Suono” che sono tutte dirette conseguenze del mio essere musicista. Anzi, al proposito ti annuncio l’uscita a fine anno per Vincent Books de “Morgan e il Buio”, antologia di racconti – che si legge come un romanzo – dedicati al Morgan Perdinka, chitarrista sessantaseienne (sicuro, sono io!) che trascina la sua vita notturna in bettole improbabili e, mentre svisa sulla sua Fender Stratocaster, vede la gente morta come quel bambino de “Il sesto senso” di Shyamalan.

Anche tu, come molti autori horror, ripercorri spesso le tracce del tuo passato e dell’infanzia, reali o immaginari. Cosa si nasconde in quel periodo della vita che ci fa tanta paura?

Nella mia, nulla. Perlomeno nulla che ricordi. I miei traumi sono stati cinematografici causa la famosa zia che mi portava a vedere horror di nascosto. Ma, dopo la prima botta di paura, il tutto è diventato piacevole. A meno che tu non ti riferisca al mitico Trauma Primario del Blob semovente di gorgonzola che m’inseguì in un pomeriggio d’estate sopra la carta oleata sin nella canonica del mio prozio, don Guido Arona. Il mio primo momento lovecraftiano al quale feci seguire la lettura, straordinaria, della raccolta “I mostri all’angolo della strada”.

ItQuali sono i classici della letteratura di Danilo Arona?

Eh, mamma mia, è l’elenco telefonico. Hemingway, Poe, Stoker, Bradbury, Verne… Ma così non ha molto senso. Ho letto e leggo di tutto. Posso dirti qualche titolo che è rimasto dentro e che di sicuro mi martella pesantemente, anche (o soprattutto) quando scrivo. Beh, di certo – ne abbiamo già parlato – “Il giro di vite” di Henry James, quindi “Io sono leggenda” di Matheson e “Il Popolo dell’Autunno” di Bradbury, “L’esorcista” di Blatty” e, ovviamente, in periodi posteriori, parecchi lavori di King e Straub. “It”… Che altro si può dire, se non il titolo. “It”!

Mi farebbe piacere se ci consigliassi qualche autore recente che ti ha colpito.

Scoperto in ritardo, il tedesco Sebastian Fitzek, autore di thriller realistici a effetto fantastico “di esitazione”, uno dei pochi che negli ultimi tempi mi incollano sulla pagina. E il canadese Patrick Senécal, se a qualcuno in Italia venisse in mente di tradurlo. È formidabile.

Danilo Arona non si ferma mai fra saggi, fumetti, narrativa e chissà cos’altro. Cosa bolle in pentola?

Ti giuro di credermi. Non accendo neppure il gas. Vorrei solo suonare nelle bettole come Morgan Perdinka. Purtroppo mi si chiede sempre qualcosa: un racconto, una prefazione, un saggio, un sequel. Non ho mai il coraggio di dire no…

E noi speriamo che gli editori continuino a chiederti sempre più spesso materiale inedito, caro Danilo, perché abbiamo bisogno che nelle bettole Morgan abbia qualche nuovo mostro (interiore?) da combattere per placare la nostra sete di oscurità.

Caro Danilo, ti ringrazio moltissimo per il tempo che ci hai dedicato e a presto!

Vincent Spasaro