Il vampiro, figura chiave della letteratura weird

Di Gian Filippo PizzoAyami Kojima 小島 文美 Dracula Iconography in a Byzantine style paintingLa Guida alla letteratura horror di Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (Odoya Edizioni, 2014) comprende 107 voci – forzatamente non molto estese – dedicate agli autori, 6 regionali (sugli scrittori che non hanno potuto avere un’entrata singole, raggruppati per lingua o nazione) e 7 sulle figure classiche, oltre a numerosi box tematici di approfondimento. Questa che segue è la voce su una delle figure più caratteristiche.

Sembra che il termine vampiro derivi dallo slavo – più esattamente dal serbo – “vampir” e si diffonda poi nelle altre lingue (in Gran Bretagna l’Oxford English Dictionary lo registra nel 1734) con le inevitabili variazioni grafiche e di pronuncia. Ma dal punto di vista mitologico la figura è molto antica e presente in praticamente tutte le culture a tutte le latitudini e longitudini: ci riferiamo al tratto essenziale, quello di un essere notturno che succhia il sangue, caratteristica presente ad esempio nelle lamie dei Romani come in certi ghul africani e orientali. Ma per quanto ci interessa, l’approdo cioè nella letteratura, il riferimento più immediato è alle leggende diffuse nell’Europa orientale, tra i Balcani – soprattutto – e fino al Mar Baltico: è da lì che figure mitiche dalle peculiarità indefinite, che hanno anche altri tratti che oggi attribuiamo agli zombi, alle streghe o al Diavolo, si spostano verso Occidente e iniziano a precisarsi. La prima caratteristica a normalizzarsi è che i vampiri non sono esseri soprannaturali, non provengono dall’Aldilà ma sono invece umani, o almeno tale è la loro origine: resuscitati, “non morti”, impossessati, “morti viventi”, o infettati da un misterioso morbo. La letteratura farà il resto, ma senza mai spiegarci l’origine del vampirismo.

Il primo esempio narrativo è il Ruthven de “Il vampiro” di John Polidori (1819), e già in questo racconto si definisce una costante del personaggio, che è un essere nobile, dall’aspetto affascinante, elegante, di buone maniere ma riservato e misterioso. Qui registriamo subito uno dei primi casi di pirateria letteraria della storia editoriale, con la pubblicazione di un seguito non autorizzato: l’anno dopo, in Francia, un certo Cyprien Bérard dà alle stampe Lord Ruthwen ou les Vampires, continuazione del racconto di Polidori. Poiché Charles Nodier ne ricava pochi mesi dopo un lavoro teatrale regolarmente rappresentato, qualcuno pensa che il testo sia da attribuirsi a lui, ma non è certo. Quello che è sicuro è invece che il personaggio divenne popolare, soprattutto in ambito teatrale anche musicale (fu utilizzato da Dumas, Scribe e altri) e il nome divenne sinonimo di vampiro per quasi un secolo, quando sarà soppiantato da Dracula. Con il Varney il vampiro di James Malcolm Rymer (attribuito anche a Thomas Preskett Prest), feuilleton vittoriano venduto a fascicoli da poco prezzo tra il 1845 e il 1847 (per un totale di 868 pagine), un polpettone pieno di capovolgimenti che non rendono chiara né la storia né l’essenza del personaggio, si precisano altri caratteri: i canini sporgenti, la forza sovrumana, la facoltà di ipnotizzare; non ha invece paura della Croce e della luce del giorno. Sir Francis Varney è anche il primo vampiro vittima delle circostanze, che detesta la sua condizione: non riuscendo a liberarsi, si suiciderà gettandosi nel Vesuvio. Mentre le leggende slave si riverberano nel periodo romantico in racconti di scrittori di tutta Europa – da “Vampirismus” (1828) di E. T. A. Hoffmann al “Vij” (1835) di Gogol’, da “La famiglia del Vurdalak”( “La famille du vourdalak”, 1847) e “ll vampiro” (“Upyr”, 1841) di Alekseij Tolstoi a “La morta innamorata” (1836) di Gauthier, da “Histoire de la dame pâle” (1849) di Dumas e a “La nomme sanglante” e “Il vampiro per bene” (“Le vampire de bien”, 1831) di Nodier, a “L’Horla” (1887) di Maupassant – la canonizzazione avviene con il Dracula di Bram Stoker (1897). Da un punto di vista strettamente cronologico dobbiamo citare qui anche un misconosciuto romanzo italiano, Il vampiro. Storia vera di Franco Mistrali (1869), ma è certo che non essendo stato tradotto all’estero non ha avuto nessuna influenza.

51WLud4iKULDracula è preceduto anche dalla Carmilla di Le Fanu (1872) – che aveva contribuito ad impostare il personaggio evidenziandone il pallore della pelle, le abitudini notturne, e le modalità di eliminazione definitiva – ma vi aggiunge altri particolari: la necessità di riposare, durante il giorno, in una bara che contenesse la natia terra transilvana; l’effetto nefasto che hanno sui vampiri i simboli religiosi quali il crocifisso, l’acqua benedetta, il rosario, le ostie consacrate; il potere esercitato su animali quali insetti e ragni, pipistrelli, topi e lupi, ma anche sui pazzi e sugli zingari. Con Stoker il vampiro è pienamente definito (il cinema aggiungerà del suo, come il mancato riflesso nello specchio) e gli scrittori successivi si conformeranno a questo standard, a volte dandolo semplicemente per scontato, senza cioè approfondirne le caratteristiche, a volte con minime variazioni certamente ininfluenti. Per i primi tre quarti del Novecento usciranno – soprattutto nella narrativa popolare americana dei primi decenni – moltissimi racconti sui vampiri, anche con trame intriganti e ottime descrizioni di atmosfera, ma senza che la figura dell”immorto” (per usare la bella traduzione di “undead” dovuta a Fruttero e Lucentini) subisca traumi. Tra i tanti – citando solo autori di cui non esiste la scheda autonoma, ché i vari James, Benson, Bloch, Matheson, Leiber, Smith eccetera di racconti ne scrivono, e anche importanti – Francis Marion Crawford (“Perché il sangue è la vita”, “For the Blood Is the Life”, 1880), Catherine Lucille Moore (“Sogno rosso, “Scarlet Dream”, 1934), Eando Binder (“In un cimitero, “In a Graveyard”, 1935), Henry Kuttner (“Io, il vampiro, “I, the Vampire”, 1937), E. Hoffmann Price (“Un vampiro spagnolo”, “A Spanish Vampyre”, 1939), P. Shuyler Miller (“Oltre il fiume”, “Over the River”, 1941: originale racconto narrato dal punto di vista del vampiro). Aggiungiamo per campanilismo anche Emilio Salgari e il suo “Il vampiro della foresta” (1935), mentre altri scrittori nostrani sono ricordati nella scheda sull’Italia.

In questo periodo non escono praticamente romanzi: se il tema è suscettibile di variazioni interessanti nello spazio di poche pagine, difficile ricavarvi un romanzo che non sembri ripetitivo. Ma nel 1959 Richard Matheson trova la ricetta giusta e dà alle stampe Io sono leggenda, non a caso apparso nella primissima traduzione italiana come I vampiri, normalmente ascritto alla fantascienza perché giustifica il vampirismo come risultato di un contagio; in realtà possiamo considerarlo un gotico urbano moderno (-> Urban Gothic) a pieno titolo, che tra l’altro offre uno scenario (la pandemia) oggi appannaggio degli scrittori di libri sugli zombi. Si tratta in ogni caso del primo scossone alla figura tradizionale del vampiro, che verrà colpito nuovamente tre lustri dopo da Intervista col vampiro di Anne Rice (1976). Rice, riprendendo una caratteristica che abbiamo visto essere posseduta già da Varney, fa di Lestat e dei suoi colleghi degli esseri non felici della loro situazione, dispiaciuti per essere costretti ad azioni così nefande come succhiare il sangue umano, aggiungendovi inoltre le difficoltà di adattamento alle varie epoche che l’immortalità fa loro attraversare. Da quel momento sarà una sorta di gara – soprattutto tra scrittrici – a voler a tutti i costi aggiornare e in definitiva stravolgere una figura che stava meglio così come si era formata fino ad allora. Nancy Collins (con il ciclo di Sonja Blue iniziato nel 1989), Tania Huff (con la serie di Vicky Nelson, 1991), Laurell Hamilton (con quella di Anita Blake, 1993, e Charlaine Harris (Sookie Stackhouse, 2001), inseriscono i vampiri all’interno di un più vasto popolo notturno (dunque in un certo senso riportandoli compiutamente nell’ambito del soprannaturale) e ampliano la portata della figura dell’esperto o del cacciatore come Val Helsing in quelle di vere e proprie “ammazzavampiri”, per giustizia o per vendetta.

tla22bIn più, Sonja Blue è essa stessa una vampira che vuole vendicarsi per essere stata ridotta in quello stato, e qui c’è probabilmente un altro ampliamento, quello della figura di Claudia, la bambina-vampira del citato romanzo di Anne Rice. Non solo: il personaggio di Harris è anche una prostituta, e in questo caso l’evoluzione è frutto di quanto si nasconde fra le righe delle opere di Le Fanu e di Stoker (si pensi anche che Dracula ha tre mogli), cioè l’atto di succhiare il sangue come metafora di quello sessuale. Le scrittrici di dark fantasy contemporanee abbandonano la metafora e rendono esplicito il sesso; Harris era stata preceduta da Tanith Lee di Sabella (1980), entrambe vengono seguite da uno stuolo di imitatrici. Tra i vari tentativi di modernizzazione c’è anche quello di umanizzare il vampiro, appunto in conseguenza del disagio esistenziale e temporale descritto sia da Rice che da Chelsea Quinn Yarbro nel suo ciclo quasi coevo del Conte di St. Germain, e in questo caso l’idea giusta l’avrebbe avuta sempre la Harris con l’invenzione del sangue artificiale che rende possibile la convivenza tra viventi e non morti, se non fosse che nel suo ciclo (sempre quello di Sookie) finiscono per prendere il sopravvento le sottotrame originate dalle caratteristiche che abbiamo messo in evidenza. Ci pensa allora Stephenie Meyer con Twilight e seguiti (2006-2008) a operare la trasformazione definitiva: il suo Edward si nutre di sangue animale, è buono e combatte i vampiri cattivi che non vogliono la convivenza con gli umani, vive anche di giorno, va persino a scuola e, per finire, si innamora “seriamente” (non va a caccia di sesso) di Bella, che lo riama e si farà vampirizzare per potergli stare sempre vicino. E fatta: con buona pace di chi ha continuato a usare gli immorti in modo più tradizionale – da King a McCammon, da F. Paul Wilson a Wagner, da Campbell a Masterton – i vampiri non sono più tra noi, a succhiarci il sangue restano soltanto le zanzare, le banche e le tasse.

Bibliografia italiana essenziale: Franco Mistrali, Il vampiro. Storia vera, Tip. dei Compositori, Bologna 1869; John William Polidori, Il vampiro, Theoria 1991; Charles Nodier, Lord Ruthwen il vampiro, Nuovi Equilibri 2010; Thomas Preskett Prest & James Malcolm Rymer, Varney il vampiro. Il banchetto di sangue, Gargoyle 2010; Aleksej Konstantinovič Tolstoj, La famiglia del Vurdalak, Edizioni Sonda, 1993; AA.VV., I vampiri tra noi, Feltrinelli 1960; AA.VV., Il sangue e la rosa, Reverdito 1988; AA.VV., Vampiri!, Newton & Compton 1997; AA.VV., Storie di vampiri, Newton & Compton 1994; AA.VV., La maledizione del vampiro, Newton & Compton 2000.

Vampire

CRMLLGZSRQ1971Sebbene la Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872) sia stata uno dei primi vampiri della narrativa – per l’esattezza il terzo, dopo il Ruthven di Polidori (1819) e il Varney di Rymer (1845) – la presenza di vampiri di sesso femminile nella letteratura horror è stata decisamente minoritaria. Però molto pregnante, a cominciare proprio da Carmilla, la cui figura ha ispirato il Dracula di Stoker (1891) con tutti gli stilemi collegati: il fascino e la sensualità che emana, l’ambiguità nei comportamenti, la vita notturna, fino alla morte definitiva mediante paletto conficcato nel cuore e decapitazione. Nel racconto di Le Fanu c’è persino un esperto del campo, il barone Vonderbug, che anticipa il Van Helsing di Stoker, ma c’è anche qualcosa in più: l’amicizia di Carmilla con la sua ospite Laura regala il sospetto di un legame saffico che sarà molto evidenziato nelle riduzioni cinematografiche del racconto, in particolare ne Il sangue e la rosa di Roger Vadim (1961). Altre riduzioni filmiche, più o meno fedeli, sono Wampyr di Carl Dreyer (1931), Vampiri amanti di Roy Ward Baker (1970), Mircalla l’amante immortale di Jimmy Sangster (1971), Le figlie di Dracula di John Hough (1971).

Un personaggio dalla stessa valenza non apparirà più, anche se sporadicamente compaiono vampire nella narrativa popolare, ad esempio in “In una notte di luna piena” (“When it was Moolight”, 1940) di Wade Wellmann o in “Shambleau” di C. L. Moore (1934, in cui l’eroe spaziale Northwest Smith si imbatte in una aliena che è un incrocio tra una vampira e una Medusa), oppure ancora in “Il vestito di seta bianca” di Richard Matheson (“Dress of White Silk”, 1951) e “La ragazza dagli occhi famelici” (“The Girl with the Hungry Eyes”) di Fritz Leiber (1949). Mentre il fumetto ci dà a partire dalla metà degli anni Sessanta il fenomeno Vampirella (sexy aliena proveniente dal pianeta Drakulon) e, in Italia, le altrettanto molto disinibite Jacula e Zora (disinibite anche perché da una creatura che si nutre di sangue non ci si possono certo aspettare remore sessuali!); una vampira un po’ particolare è la Claudia di Intervista con il vampiro (1977) di Anne Rice. Personaggio drammatico e pieno di pathos, è una ragazzina vampirizzata prima di raggiungere la maturità sessuale e per questo costretta a vivere la sua non-vita in una sorta di limbo privo di sensualità e affetti. Recupera invece la forza seduttiva di una Carmilla la Miriam di The Hunger di William Strieber (1981, poi al cinema due anni dopo con la regia di Tony Scott come Miriam si sveglia a mezzanotte), anche lei coinvolta in una relazione lesbica, con finale drammatico. Di Sonia Blue, Anita Blake e Bella Swan diciamo meglio nelle voci dedicate alle loro autrici, rispettivamente Nancy Collins, Laurell Hamilton e Stephenie Meyer, mentre va citata la Olivia Clemens di Chelsea QuinnYarbro, inizialmente personaggio secondario della saga dedicata al vampiro Conte di Saint Germain ma poi divenuta autonoma in una serie parallela. Atta Olivia Clemens è una nobildonna romana che dopo aver ceduto alle lusinghe di Saint Germain ed essere diventata vampira si trova a vivere in diverse epoche – tutte in fase di decadenza, e ben rappresentate – nei tre libri che compongo la serie, Fiamme su Bisanzio (1987), Crusader’s Torch (1988) e A Candle for D’Artagnan (1989), ambientati a Bisanzio nel periodo Giustinianeo, nella Gerusalemme della Crociate e nella Parigi dell’epoca dei Moschettieri. Promette bene, all’interno del vampirico erotico, la Rhona de Le vampire di Praga di Andrea Carlo Cappi (ANordEst, 2014), primo capitolo di una promessa trilogia.

Gian Filippo Pizzo