Il Mastro del Weird: Intervista ad Andrea Bonazzi

Articolo di Giovanni LeoneAndrea BonazziMentre scrivo sul bianco nitore di questa pagina, fuori è calata da un pezzo l’oscurità. È un momento propizio per raccogliere i pensieri e imprigionarli prima che sfuggano via. Sebbene il nero rechi conforto a questi pensieri, che si lasciano cullare dalle maree notturne, è il bianco di questa pagina che incute timore.

È l’inconoscibile, ciò che non ci è dato sapere, questo bianco che ho davanti e che contrasta il buio là fuori.

Incontro per la prima volta Andrea Bonazzi fra le pagine di una rivista di letteratura fantastica (Hypnos – Rivista di Letteratura Fantastica e Weird), successivamente scopro il suo blog letterario In Tenebris Scriptus. Rapito – come non mi succedeva da anni – dai suoi saggi letterari su scrittori del passato e del presente della narrativa horror e weird, nei quali possiamo apprezzare una profonda conoscenza della “materia” attraverso il suo argomentare e attraverso i riferimenti letterari ricchissimi; decido di approfondire.

Hypnos 6Andrea Bonazzi non nasconde la sua ammirazione per gli scritti di Thomas Ligotti. Fin dai primi anni ’90, quando Thomas Ligotti è già figura di spicco oltreoceano, aspettava con impazienza traduzioni delle sue opere nel nostro paese. Andrea afferma, infatti, che l’avversione del tutto italiana nei confronti dei libri horror, visti come pura e semplice forma di intrattenimento, per non parlare delle rarissime antologie di racconti pubblicate in quegli anni, lo spinsero ad approfondire Thomas Ligotti leggendo saggi e racconti in lingua originale. Nel 2007 appare, sulla rivista Necro, la sua traduzione del racconto “Mrs. Rinaldi’s Angel” di Thomas Ligotti assieme ad un articolo di approfondimento sull’autore dal titolo “Are you out there, Thomas Ligotti?”. Questo articolo rappresenta quasi un j’accuse all’editoria italiana. Pensate che, sempre nel 2007, uscì sull’allora fanzine Hypnos (oggi pressoché introvabile) il racconto Les Fleurs. Oggi questo racconto possiamo trovarlo – assieme all’articolo di Andrea Bonazzi Are You Out There, Thomas Ligotti?”, rivisto ed “attualizzato” – sul n°6 della Rivista Hypnos (Edizioni Hypnos).

Sin da ragazzo Andrea Bonazzi tasta i suoi gusti letterari attraverso le letture di fantascienza e della fantasy eroica, affinando successivamente il suo palato con le letture dei classici: Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft, Ray Bradbury, C.A. Smith, Algernon Blackwood, Arthur Machen, M.R. James, W.H. Hodgson, Lord Dunsany, Ambrose Bierce, Jean Ray, Shirley Jackson, Fritz Leiber, T.E.D. Klein, Ramsey Campbell, Donald Wandrei, Robert Aickman, Sheridan Le Fanu, Fitz James O’Brien, Gustav Meyrink, H.H. Ewers, Robert W. Chambers e Walter de la Mare. E si potrebbe dire che la sua libreria è ricolma di classici e che in essa si trovano anche classici quali: Bruno Schulz, Dino Buzzati, J.L. Borges, Italo Calvino, Mike Moorcock, Mervyn Peake, P.K. Dick, R.E. Howard, K.E. Wagner, Tolkien, Emilio Salgari.

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I suoi interessi per la letteratura, l’arte, l’illustrazione e la scultura lo portano ad essere, oltre che fine traduttore, artista egli stesso. In uno dei suoi blog In Tenebris Sculptus, possiamo ammirare le sue sculture dedicate prevalentemente ai “Miti di Cthulhu”, opere che hanno ricevuto ottimi consensi in ambito internazionale e che a volte appaiono in fotomontaggi, da lui costruiti ad arte, al fianco dei grandi autori della letteratura weird e horror del passato.

Intervistato un certo numero di volte all’estero, è la prima volta che concede una intervista in lingua italiana. Ho incontrato Andrea Bonazzi per gli amici della rivista Weird Magazine. Pertanto ecco a voi l’inconoscibile. Vi avverto: non so ancora verso quali territori oscuri ci avventureremo in sua compagnia.

Grazie Andrea per aver accolto il mio invito e benvenuto su Weird Magazine. Cominciamo dalla tua arte: le tue illustrazioni e le tue sculture. Come hai cominciato e da cosa nascono? Ho letto numerosi apprezzamenti all’estero, addirittura alcune tue illustrazioni possono ritrovarsi in libri importanti.

Ho sempre guardato con interesse alle illustrazioni inserite, ahimè piuttosto di rado, nei racconti fantastici che mi ero appassionato a seguire fin da ragazzino. Una delle maggiori frustrazioni era leggere riferimenti e descrizioni a proposito dei disegni, i dipinti e soprattutto le sculture di un maestro riconosciuto e così particolare come Clark Ashton Smith. Niente Internet, allora, e nemmeno alcuna possibilità per me di acquistare libri dall’estero.

CASQuindi ho iniziato a immaginare come avrebbero potuto presentarsi, poi ho cominciato a scarabocchiare qualche cosa, anche se molto tardi (ero militare in un consiglio di leva quando sul retro di una cartella porta-documenti ho abbozzato un disegno, poi rifatto, con un antico viale di lumache in luogo di sfingi e l’imbocco di un monumento traboccante di tentacoli. Al che fu unanime il parere dell’ufficio: questo andava riformato alla visita). Le sculture arrivano modellando un misterioso materiale sulla cui natura è sempre bene restare nel vago, quando ti chiedono “di cosa sono fatte” nel corso di una mostra. Se ammetti che si tratta di banalissimo Das, cominciano a guardarti tutti storto. Cotture del materiale sovrapposto, oggetti inglobati, colori e lucidature, libagioni di grappa in fase di lavorazione e altri particolari sono arrivati col tempo a sviluppare un qualcosa di simile a una tecnica. Poi ho preso a scolpire e incidere arenaria, ardesia, e pietre recuperate in ogni dove. I temi sono per lo più legati alle mitologie fantastiche di Lovecraft & soci, immaginando artefatti emersi da un antico chissaddove. Yorick Fantasy Magazine, nei tardi anni 90, mi ha offerto le primissime opportunità di mostrare dal vivo le mie opere, e pubblicarne immagini sui suoi taccuini lovecraftiani.

L’avvento dei micidiali programmi di fotoritocco, e ovviamente un’antica ammirazione per J.K. Potter che tali lavori li eseguiva con tecnica strettamente fotografica, mi hanno indotto a provare dei fotomontaggi con ritratti di autori weird raffigurati in ambientazioni e compagnie più o meno fantastiche. Chiunque abbia un computer può comporre immagini del genere, dunque la mia “firma” consiste nell’includere le mie sculture nell’inquadratura di tali impossibili istantanee. Le prime apparvero sull’introvabile raccolta di saggi lovecraftiani Sculptus in Tenebris e sul mensile Mystero. Altre sono sparse in giro per il multiverso. Da un ritratto di Machen sulla The Welsh Academy Encyclopaedia of Wales al frontespizio sul vol. II della Narrativa completa di Lovecraft in Spagna, fino alle entrate sulla Guida alla letteratura horror. E copertine per l’edizione giapponese di A Look Behind the Cthulhu Mythos di Lin Carter, per Il libro dei gatti di H.P. Lovecraft, o lo speciale su W.H. Pugmire dell’americana Lovecraft eZIne. Anche per il primo saggio francese su W.H. Hodgson.

Da artista, quale sei, quali sono i tuoi artisti preferiti?

HodgsonLa lista si aggiorna man mano che li incontro, e spesso scopro in abissale ritardo quel che per altri è già un classico imprescindibile. Per quanto naïf e piuttosto lontano dalle citate iniziali aspettative, continuo a subire il fascino di Clark Ashton Smith, e anche di certa illustrazione del periodo: Hannes Bok, per fare un nome. Ho già nominato J.K. Potter, letteralmente il padre dell’odierna illustrazione fotografica di genere. Karel Thole, guai a dimenticarselo: siamo tutti cresciuti coi suoi tondi per Urania, che vedrei tranquillamente in grandi mostre accanto ai massimi surrealisti. Zdzisław Beksiński, qualcosa di inarrivabile sia per potenza visionaria che per stile. Più conflittuale il rapporto con HR Giger, un’influenza tale sull’odierno immaginario collettivo da risultare ormai quasi “ingombrante.” A proposito di conflittuale: l’arte lovecraftiana, e in particolar modo la scultura, in neanche un paio di decenni ha prodotto quantità incredibili di cose.

Alcune assolutamente straordinarie. E molte, forse troppe altre che mi lasciano perplesso riducendo la scultura a mero livello di action figure, con idoli di Cthulhu (sempre il più raffigurato) che sembrano culturisti con le alette e il solito polpo sulla faccia. Probabilmente sono un fissato a proposito di certi punti, ma tendo a preferire una raffigurazione dell’entità mitica di turno, o del motivo perturbante scelto a soggetto dell’opera, per come mediata dalla cultura che lo starebbe interpretando, con adeguata e conseguente visione concettuale e tecnica realizzativa. Insomma, trovo generalmente più convincente e suggestivo un idolo sbozzato in pietra o osso, piuttosto che una figurina ritratta nei dettagli su descrizioni estratte da un tipico GDR.

GIF, montage and sculpture by Andrea BonazziAlmeno, quand’è proposta come un “reperto di un’antica civiltà” e non una miniatura da gioco. Tornando ai preferiti, al solito mi ci vorrebbero sei giorni per meditarci sopra e scegliere quali citare.

Sono numerose le tue collaborazioni con riviste e fanzine. In passato hai collaborato come curatore per Weirdletter, un blog tematico specializzato in letteratura e arte weird ricco di notizie e approfondimenti. Puoi parlarci di quel periodo e delle tue altre collaborazioni?

Ho aperto Weirdletter nel momento in cui ho abbandonato il mio blog personale, poi ripreso come mero bollettino delle mie non frequenti attività. Avevo la netta impressione che ogni blog finisse per ridursi a una “fiera delle vanità” del proprio autore, il mio non escluso. Nella mia forse ingenua visione del periodo, volevo tentarne uno specializzato e più “corale,” non una rivista telematica ma almeno una piattaforma con più voci, senza una personalità prevalente. Non credo sia particolarmente riuscito come esperimento: alla fin fine l’ho soffocato io stesso sotto una preponderanza di pezzi da me scritti, e anche sotto i miei malumori nel perdere ogni stimolo a portarlo avanti. Ma almeno è stato un tentativo, che ha coinvolto Giovanna Bragadini, Mariano D’Anza, Pietro Guarriello, Giuseppe Lo Biondo, Tatiana Martino e Umberto Sisia (in ordine alfabetico), alternando semplici presentazioni di uscite librarie a recensioni vere e proprie, approfondimenti, a volte autentici saggi. In quel momento non mi sembrava ci fosse nulla di equivalente, almeno a tema strettamente weird. E mi piace pensare che in un modo o nell’altro sia risultato di stimolo a successive, nuove e più fresche iniziative, sino all’attuale Weird Magazine. L’intestazione di Weirdletter l’ho in realtà riesumata poco più tardi per una pagina di Tumblr, stavolta in lingua inglese, su cui venivano quotidianamente presentate un’uscita libraria, o comunque a tema, e l’opera di un artista di genere. Mi è servito come “blocco d’appunti” per la rubrica Weird New World su Hypnos, incentrata appunto sul panorama delle novità weird in lingua originale. Ma l’amministrazione della pagina, ogni singolo giorno e senza pause, era un impegno troppo logorante e l’ho interrotta lo scorso inverno.

GIF and illustration by Andrea Bonazzi.

Inizialmente, in verità, non mi sentivo molto propenso a scrivere. Collaboravo al Catalogo SF, Fantasy e Horror di Ernesto Vegetti, poi qualche sporadica segnalazione al portale web del Corriere della Fantascienza, quindi alla sua neonata costola HorrorMagazine. Proprio con HorrorMagazine ho iniziato a collaborare nel 2005, insieme a Elvezio Sciallis, Alessio Valsecchi e l’allora direttore Ivo Torello. Lì ho “preso le misure” al genere di attività, ho limato via il grosso dei miei strafalcioni d’italiano e, soprattutto, mi sono divertito andando in direzioni prima inesplorate. Breve ma intensa esperienza conclusa molto presto, nel giugno di quell’anno, con un totale cambio di redazione. Per qualche tempo ho contribuito alle telegrafiche horror news in rete del blog di Splattergramma, ancora con Sciallis e Valsecchi. Per il resto, sono eccessivamente pigro nel cercare nuove occasioni che, al solito, tendono a piombarmi da sole sulla testa. Ho collaborato con articoli, recensioni, e con la traduzione di Ligotti ai primi e sperimentali numeri della rivista Necro, che tuttavia non venne mai lanciata interrompendosi alla quarta uscita. Qualche collaborazione con Studi Lovecraftiani. Rarissime segnalazioni in inglese a Machenalia. Poi più nulla, finché un mio intervento su Stefan Grabiński non desta le attenzioni della fanzine Hypnos, allora in fascicolo spillato e non ancora promossa a rivista professionale. La proposta è di aggiornare l’articolo e abbinarlo alla traduzione di due storie del cosiddetto “Poe polacco” (ancora oggi non riesco a capacitarmi di come fosse rimasto ignorato qui in Italia). Al momento di tradurre le due storie dall’inglese, mi azzardo a confrontare i testi con gli originali in polacco, per chiarire i vari dubbi… E da lì decido di complicarmi irrevocabilmente la vita decrittando penosamente i racconti in lingua originale, a colpi di dizionari e consulenze, mettendoli a confronto con l’inglese a scopo di verifica anziché fare il contrario come inizialmente programmato. Ci metto una vita, ma ne vengo a capo e Grabiński desta interesse sufficiente per poterne proporre, un paio d’anni dopo, la scelta di un intero volume di racconti pubblicato dalle Edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro. Ne nasce anche l’equivoco che io parli correntemente il polacco. E, all’esatto opposto, che il libro fosse tradotto dall’inglese.

Art by Andrea Bonazzi

Attualmente, quali gli editori con i quali stai collaborando e in cosa consistono le tue collaborazioni?

Ho anticipato nel descrivere l’inizio dei miei rapporti con Hypnos, prima che diventasse una casa editrice… Da allora ho proseguito la mia collaborazione con traduzioni, con la scelta e introduzione di alcuni autori inediti per la rivista, e rubriche o interventi sempre all’interno del periodico. Quando Nic Pizzolatto fu intervistato dal Wall Street Journal a proposito di True Detective, citando Laird Barron, John Langan e Simon Strantzas nell’esatto ordine come ispirazioni weird contemporanee oltre a Ligotti, ho avuto un attimo di sollievo del tipo “allora anch’io ogni tanto ne azzecco una.” Erano i tre proposti inizialmente alla rivista, nella medesima sequenza, anche se Strantzas doveva ancora uscire sul quarto numero a qualche settimana di distanza. Nell’ambito del fantastico scritto, resto a casa Hypnos con altre traduzioni in corso dopo La cerimonia apparso l’anno scorso. C’è un secondo volume di Stefan Grabiński all’orizzonte, con tempi che non si annunciano brevi. Già non sono un fulmine di guerra quanto a velocità, e con gli originali in polacco non è che sia impresa agevole. Inoltre, ho momentaneamente interrotto Grabiński per occuparmi della novella X’s for Eyes di Laird Barron. Romanzo breve, conserva alcune allusioni e piccoli riferimenti incrociati con altre opere di Barron, alla maniera in cui HPL disseminava rimandi fra una sua storia e l’altra, ma si distacca dal suo precedente La cerimonia in uno sviluppo autonomo e più tendente al pulp. Tono un po’ meno impegnato, e indubbiamente divertente persino sullo sfondo di una minaccia cosmica.

GIF, montage and sculpture by Andrea BonazziQuale è stato il primo impatto con questo genere letterario e con quali persone hai condiviso questa crescente passione?

Un padre che divorava Urania, e che anziché le favole mi raccontava trame rielaborate di romanzi. Madre appassionata di gialli. Anche un fratello adepto della fantascienza, primo a portare a casa Il signore degli anelli all’epoca della sua uscita in italiano. Per forza dovevo iniziare con la SF attraverso cataste di brossure bianche col cerchio rosso, o in varie altre combinazioni di colori ma sempre con mostri e astronavi in copertina. Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft me li ha presentati Ray Bradbury su Marte, fra una sua Cronaca e l’altra. Da quel momento ho virato verso il gotico via Poe, e definitivamente al weird con HPL, prendendo come Bibbia il suo saggio sull’orrore soprannaturale in letteratura. Al di fuori di pochissimi amici più grandi, c’erano scarse possibilità di poter parlare di Lovecraft, e ancor meno di scrittori nel suo stesso filone. Era di moda Stephen King, ma già mi interessavano poco i suoi convenzionali orrori psicologici, nel migliore dei casi, e in genere banalmente manichei. Internet era lontana, a tessere reti sociali pensavano quasi esclusivamente le rubriche della posta all’interno di riviste da edicola. Poi sono arrivate le fanzines, e gli scambi epistolari… Ognuno nel suo piccolo a sentirsi un gentiluomo del Rhode Island fra lunghe lettere e piccoli contributi a pubblicazioni amatoriali. Anzi, a scrivere a Pietro Guarriello mi sembrava un po’ di scrivere a Nonno Theobald in persona.

Secondo te, quali sono i motivi per cui l’ Italia non ha sviluppato una tradizione letteraria del fantastico? È qualcosa che si lega al mercato, per quanto riguarda il presente, o qualcosa che ha influenzato negativamente uno sviluppo in tal senso?

Complicato definire una volta per tutte la questione, se ne parla da più mezzo secolo. C’è la mentalità cattolica, innanzi tutto, incline più al meraviglioso e certamente molto meno alla natura del sublime rispetto agli europei del nord. Sino all’Ottocento non mi pare si parlasse di soprannaturale al di fuori della fiaba, della mitologia antica o della religione, e nemmeno abbiamo avuto un Romanticismo letterario come buona parte degli altri paesi europei. Al contrario, il Verismo si è fatto vero e proprio dogma e, dal secolo successivo, nessuno che avesse ambizioni letterarie s’è quasi mai azzardato a uscirne. Curiosamente c’era un fantastico popolare diffuso su riviste prima delle due guerre, forse un po’ imitativo d’altri modelli, ma pur presente. E poi singolarmente dimenticato fino alle riscoperte dell’ultima quindicina d’anni (penso alla protofantascienza de Le aeronavi dei Savoia e simili antologie, preziosi recuperi gotici di piccoli editrori da Keres a Cliquot, saggi come Alla fiera dei mostri di Fabrizio Foni). Se già da prima il fantastico in genere e il fantastico horror in particolare erano visti come qualcosa di “non serio,” dall’immediato dopoguerra pare che il solo stretto realismo sia degno di considerazione, stavolta per motivi più ideologici che di cultura religiosa o nazionale. La fantascienza fa eccezione e trova una sua dignità in un’epoca di rapidi progressi dallo scientifico al tecnologico (progressi talmente rapidi da superare la fantascienza a destra e senza mettere la freccia, fin quasi a seminarla e perdersela per strada in questo nuovo secolo, mi sa). Il fantastico, nonostante Borges, nonostante il realismo magico dei premi Nobel, nonostante una sua più ampia accettazione nella cultura non letteraria e maggiormente popolare… quello mi pare continui ad avere, al massimo, appena un po’ di paternalistica condiscendenza. E ancora a stupirsi, qui da noi, che Lovecraft sia finito nei classici della Library of America, o che Ligotti sia uno dei rari autori viventi accolti fra i Penguin Classics. Non saprei esaminare esattamente e a fondo le motivazioni della diffidenza storica che la cultura italiana ha sempre mantenuto nei confronti del fantastico… Qualcuno dovrebbe seriamente scriverci un libro. Disgraziatamente, non sono io quello in grado di farlo. Altro limite che riguarda il weird horror in particolare, è che come genere ha sempre dato il meglio di sé in breve formato, racconti o al massimo novelle. E le non scritte leggi dell’editoria nostrana continuano a considerare come remunerativa la sola pubblicazione di romanzi, probabilmente anche a ragione se è vero che il romanzo è l’unica forma narrativa cui sono ormai abituati i nostri (pochi superstiti) lettori.

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Esiste uno, o più di uno, scrittore italiano che riesca ad essere originale ed intenso rispetto agli scrittori d’oltreoceano? Ci sono scrittori italiani, del passato e del presente, che consideri di grande rilievo?

Già dall’Ottocento c’erano esempi di autori che basavano il fantastico (per quanto sporadico) su elementi del tutto autonomi, sia per visione personale che per ambientazione e tematica locale. Fioraccio di Giovanni Magherini Graziani, il famoso esempio dell’unico italiano apparso su Weird Tales poiché recuperato dall’antologia The Continental Classics: Modern Ghosts del 1880, che aveva scelto lo scrittore del Valdarno per rappresentare L’Italia in un florilegio di storie europee del soprannaturale. Altri scrittori fra scapigliati, veristi, e blandamente romantici già si limitavano alle modalità del gotico anglosassone, o a quelle del romanticismo tedesco, portando poco o nulla di originale. È sempre stata forte la tendenza a rifarsi ai canoni meglio consolidati altrove; anche nel fantastico italiano che leggevo tra fine anni 80 e inizio secolo, sospeso troppo spesso sul ciglio dell’imitazione. I classici italiani più rispettati e tradotti all’estero, Italo Calvino e Dino Buzzati, in patria non sono praticamente accostati ai generi del fantastico, come se tale appartenenza li sminuisse. Anche le Strane Storie di Giovanni Papini, straordinarie e ritornate a diffondersi solo grazie a Borges con la sua Biblioteca di Babele, non si consideravano in ambito fantastico quanto, appunto, come semplici stranezze. Quando presi i tre volumi del Supernatural Literature of the World curato da S.T. Joshi, quasi una summa del weird sino ai primi anni Duemila, fra tante voci enciclopediche mi colpì che non ce ne fosse una per l’Italia, come per le altre nazioni. C’era il sovrannaturale in Francia, e persino nell’Islam, ma dell’Italia neanche l’ombra nonostante le singole entrate su Buzzati, Calvino oppure Dante, come a testimonianza di una tradizione praticamente assente per la storia del genere. Tendono a venirmi in mente schiere di magnifici esempio minori di fantastico, ma fatico a individuare qualcuno da elevare a vero classico, oltre gli ultimi citati e forse qualcun altro che mi sfugge sul momento. Gli italiani contemporanei ho smesso di leggerli un po’ di tempo fa, mio enorme limite, dunque ne so pochissimo. Non mi destano interesse alcuni dei più celebrati, e non trovo personalmente nulla di rilevante in chi si occupa principalmente dei versanti più fisici dell’horror. Probabilmente sono anche troppo monotematico a fissarmi, pressoché in esclusiva, su un orrore fantastico non necessariamente più “quieto” ma rivolto allo spiazzante e alla messa in discussione del reale, piuttosto che alla paura. Non mi azzardo a fare qualche nome favorito: spesso sono anche amici e suonerebbe un po’ come la solita, pubblica pacca sulla spalla. Anche se a dire il vero quasi tutto il settore italiano vive solo di questo: pacche sulle spalle, e poco o nulla con cui pagare il conto alla cassa del discount.

specdip1Negli ultimi anni, e tutt’ora, si parla spesso di rinascimento horror, grazie soprattutto alla piccola editoria. Secondo il tuo punto di vista, quali sono i punti di forza di questo rinascimento? E quali sono gli autori che fanno davvero la differenza?

Oramai è divenuta anche questa una semplice etichetta ma, sì, un rinascimento weird più che horror c’è stato. Il boom dell’orrore vero e proprio degli anni 80, al traino di King e soci fino a Barker, s’era più o meno afflosciato in un decennio o poco più lasciando un’inflazione di terrori spesso dozzinali, e svariati anni di vuoto e disinteresse commerciale verso il genere. Il weird inteso come orrore fantastico basato su idee e visione del mondo era rimasto relegato ai piccolissimi editori, quelli da poche centinaia di copie, e a modi narrativi che tendevano a equiparare il weird al solo orrore cosmico lovecraftiano. O, peggio, all’eterna imitazione dei soliti “miti di Cthulhu.” Dalle small presses, i più minuscoli editori, è partita un’onda di novità che da simili contesti ha fatto emergere un Ligotti, su tutti gli altri, e ha gradualmente concesso libertà a modi più sperimentali e alle voci più svariate. Con l’editoria maggiore che sembrava aver ridimensionato l’horror, i piccoli e gli indipendenti hanno saputo ritagliarsi una fetta di mercato presso gli appassionati, offrendo loro ogni possibile nuova tendenza. Letteralmente di tutto, dalla letteratura del bizzarro sino a sfiorare il demenziale alle più varie contaminazioni; il recupero o la scoperta di tradizioni alternative e autori estremamente particolari, da Aickman allo stesso Ligotti, hanno portato forse a qualche imitazione, ma nel lungo periodo pure a interessanti novità con voci del tutto proprie. Certo non tutte le direzioni intraprese portano a eccelsi risultati, ma la stessa loro varietà diventa fonte di ricchezza dando modo al nuovo di emergere. Non finiranno mai le emulazioni lovecraftiane, talmente numerose da erodere il loro stesso soggetto sino a lasciarne solo polvere, ma pure ci sono tentativi per proseguire il punto di vista originale di un tanto sfruttato idolo, fino a recuperarne l’essenziale proiettandolo senza orpelli nel futuro. E c’e chi si distacca in toto, o almeno intende farlo, da tale diretta influenza che ha condizionato per quasi un secolo un intero sottogenere.

dem1Insomma, dopo anni di stagnazione è giunto un periodo in cui salta fuori di tutto, e molto di quel che salta fuori è pure valido. Torna un equilibrio tra generi e culture dopo un’infinità di tempo in cui horror e weird sembravano appartenere solo a maschi bianchi eterosessuali & anglosassoni fra Stati Uniti e al massimo Inghilterra, quasi senza eccezione. Forse l’entusiasmo è persino un po’ eccessivo, fra autori già acclamati alla loro prima collezione, e file di imbonitori a richiamare il pubblico come di fronte ai baracconi di un grosso luna park. Ma in mezzo al clamore ci sono cose oggettivamente valide. Il tempo ci dirà se alcuni fra questi saranno realmente i prossimi classici, e se varrà la pena di rileggerne altri anche a distanza di decenni. Intanto, godiamoci il luna park con tanto di zucchero filato. Un ottimo osservatorio è la serie dei Year’s Best Weird Fiction, il cui primo volume è in italiano come Nuovi incubi. Un nuovo curatore si alterna ogni anno a selezionare il meglio, secondo la propria opinione: l’esordio è toccato a Laird Barron, che ha scelto di coprire ogni possibile direzione del weird non necessariamente horror (il che temo abbia un po’ disorientato qualche lettore italiano, abituato a più tradizionali canoni e modalità stile vecchia Weird Tales). Tra le sue scelte alcuni dei nomi che ritengo principali, da Langan e Strantzas a Jeff VanderMeer, ormai qui “sdoganato” dall’edizione in Einaudi, e altri recentemente proposti in italiano presso Hypnos come Scott Nicolay e Livia Llewellyn. E ancora il canadese Paul Tremblay, il cui romanzo Nel Buio della Mente uscirà prossimamente per l’Editrice Nord. E Joseph S. Pulver Sr., americano che vive in Germania, temo non sempre facile a tradursi poiché spesso suona la lingua inglese con la stessa inventiva e libertà come se fraseggiasse jazz. E Wilum H. Pugmire, che sono sicuro piacerebbe in Italia anche ai più tradizionalisti (pensate a un Oscar Wilde in tradizione lovecraftiana, per fare un’estrema semplificazione) con la sua serie di storie ambientate a Sesqua Valley. E Richard Gavin, decisamente d’interesse e molto legato alle tematiche esoteriche. Il secondo volume della serie si affida a Kathe Koja con qualche partecipazione comune al precedente, e nomi meno usuali compresi i britannici D.P. Watt e Reggie Oliver, quest’ultimo un interessante continuatore della ghost story inglese. Simon Strantzas cura la terza selezione, forse puntando a un fantastico più “aickmaniano” e sottile. Fra il meglio da tenere d’occhio, certamente c’è Caitlin R. Kiernan (in italiano apparve il suo romanzo La soglia). Anche Michael Cisco, che conosco molto meno, andrebbe preso in considerazione… Ho altre cinque o sei pagine per aggiungere autori man mano che mi vengono in mente?

Andrea, tu sei la voce italiana di autori contemporanei di ottimo livello. Da Laird Barron a Simon Strantzas, ed altri. Nel corso delle tue traduzioni hai potuto notare aspetti peculiari di un autore rispetto all’altro; ti va di parlarcene?

la-cerimonia-coverStrantzas soltanto per i due racconti su Hypnos rivista. Dopo i primi tentativi con poesie di C.A. Smith, versi di Donald Wandrei e più tranquille storie di F.B. Long (tutto inedito per progetti naufragati, nel caso di Smith, o fermi in standby da oltre un decennnio), ero partito subito col botto azzardandomi ad affrontare Ligotti, una scrittura da prose poem in cui lo stile ricercato è essenziale, e perdere il ritmo significa far naufragare tutto. Come a riprodurre una scultura badando alla minima limatura, col rischio di mandare tutto a farsi benedire per un graffietto fuori posto. Grabiński appartiene allo scorso secolo e, paradossalmente, a volte è più immediato e meno complesso da rendere in frasi strutturate in modo piuttosto simile a quello più naturale in italiano. Un po’ più contorto in certe sue formulazioni e nelle speculazioni teoriche più astruse, sempre molto intenso nelle sue descrizioni, qua e là un tantino melodrammatiche e appassionate. Laird Barron, dopo un racconto lungo, un romanzo e una novella, trovo abbia un modo particolare di adattare il linguaggio al tipo di personaggio, all’epoca e ai luoghi cui appartiene: c’è sempre un uso attento dello slang e della terminologia contemporanea, dal west di primo Novecento de L’intimidatore al mezzo secolo di America scorsa ne La Cerimonia (i cui protagonisti hanno un particolare modo di parlare, da istruiti professori che mischiano linguaggio accademico a espressioni popolari rivedute attraverso un colto sense of humor), fino alla parlata e i riferimenti culturali dei tardi anni 50 in X’s for Eyes, i cui frequenti giochi di parole aggiungono difficoltà (e divertimento, ammettiamolo) all’impresa del tradurre. Creature aliene e bastardissime divinità canaglie nelle storie fantastiche di Barron spesso manifestano un beffardo, contorto senso dell’umorismo. Laird inoltre riesce variare dal passo incisivo e veloce di un’azione stile pulp a momenti descrittivi di grande intensità e atmosfera. John Langan direi abbia una scrittura cristallina, da autentico insegnante di letteratura inglese, che ti accompagna senza apparenti scossoni, e talora con la giusta reticenza, a dosare l’intensità dei passi più importanti ed evocativi. Simon Strantzas mi è parso misurato, elegante e scorrevole; a tratti laconico, lasciando intuire più che leggere gli avvenimenti realmente in corso in una storia (Luce morente) che mi richiamava echi sia di Aickman che di Ligotti, altrove attento a presentare uno sfondo inospitale con tutta l’intensità di un personaggio (Freddo al tatto). Nathan Ballingrud ha un approccio estremamente più umanista dell’odierna media degli autori di weird fiction privilegiando, in piano e diretto stile, l’introspezione psicologica e le reazioni dei protagonisti posti di fronte al perturbante. La storia di Scott Nicolay (Vi piace guardare i mostri?) era piuttosto particolare, trattata da un punto di vista infantile e conseguentemente semplificata nel linguaggio, e nel livello più esteriore in cui si andava a sviluppare. Nicolay altrove ha stile asciutto e sobrio, con buona attenzione agli aspetti scientifici delle vicende.

Non ho pretesa di riuscire a cogliere esattamente lo stile di un autore e il tono della sua narrazione, devo ancora macinare dei chilometri prima di arrivare a presumere di capirci realmente qualche cosa e, più che altro, di avere una qualche sicurezza circa il non commettere errori. In certe occasioni è forte la tentazione di accendere un cero a San Riccardo (Valla). Forse è proprio il suo esempio che mi ha fatto venire voglia di rischiare, di mettermi a tradurre quelle cose che avrei voluto trovare in italiano.

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Sei un grande ammiratore di Thomas Ligotti ed è passato un bel po’ di tempo da quel tuo articolo apparso su Necro; adesso – ora che le cose son cambiate abbastanza – quali sono le sue opere ancora non tradotte in Italia che ti piacerebbe venissero date alle stampe e di cui consiglieresti la lettura?

The Spectral Link ha una certa rilevanza, per quanto si componga solamente di un racconto e una novella breve, trattandosi del suo pur breve ritorno alla narrativa dopo un lungo periodo di inattività creativa e di salute declinante. Ma il volumetto era già stato acquistato da Il Saggiatore ed è previsto in uscita a primavera. Resta parecchia narrativa breve, una lunga novella con aspetti molto più mainstream e thriller del solito in abbinamento con due altre storie di “alienazione aziendale” (My Work Is Not Yet Done), le poesie e altre curiosità, compresa una sceneggiatura televisiva con Brandon Trenz pensata per X-Files. Essenzialmente preferirei continuassero a tradurre i suoi racconti, con la raccolta Noctuary che manca ancora all’appello. Altre successive mescolano riproposte e relative novità, col rischio di replicare parzialmente cose già tradotte. Più che altro, preferirei si proponesse anche saggistica sull’autore. Di un paio d’anni fa è l’interessante Born to Fear: Interviews with Thomas Ligotti che seleziona e raccoglie interviste apparse fra il 1988 e il 2013, un buon modo per comprendere qualcosa in più sullo scrittore.

Veniamo ad un paio di domande, più personali. Andrea Bonazzi, rispetto a Thomas Ligotti, ha una sua visione personale della vita? Qual è la sua paura più grande ?

La mia passione per il weird ha sempre accompagnato una visione piuttosto cupa dell’esistenza. Già all’incontro con Poe, il suo macabro romanticismo e la portata cosmica di certe sue intuizioni. Fin dalla prima adolescenza mi sono ritrovato nella morsa di ciò che solo molto più tardi ho potuto identificare come depressione. In tali frangenti, incontrare il cosmo indifferente di H.P. Lovecraft (più che di pessimismo cosmico sarebbe corretto parlare di indifferentismo cosmico, nonostante i luoghi comuni sull’autore), il suo universo materialistico e insensato di incuranti dèi alieni, un’insignificante umanità trincerata nelle proprie illusioni e fondamentalmente vittima di sé stessa, ancor prima che di una realtà solo incidentalmente e impersonalmente avversa… Trovare Lovecraft è stato come incontrare un vecchio amico col quale condividere qualcosa di terribile. La sua visione delle cose era finalmente un interesse non insignificante, persino un sollievo in qualche modo. Era un non ritrovarsi totalmente soli e inermi di fronte a oscurità per altri impercettibili. L’approccio in genere della letteratura weird, la sua capacità di esplorare le possibilità di ciò che può nascondersi oltre le pieghe del reale, di osservare le cose in diversa prospettiva secondo alternative e personali concezioni fra l’orribile e l’affascinante, mi hanno portato ad adottare un genere letterario alla stesa maniera in cui si adotta una filosofia per continuare a sopravvivere. E a non lasciarlo più, esplorandone piuttosto i vari meandri, spingendomi a imparare un’altra lingua per accedere a quel che non potevo raggiungere leggendo in italiano.

lensofleng1bonazziLe cose non sono migliorate nel corso di una vita, anzi volgendo ciclicamente al peggio fino a periodi più recenti. L’incontro con Thomas Ligotti è stata un’altra folgorante scoperta di qualcosa d’estremamente affine. Magari troppo oltre nella propria visione di un universo insensatamente ostile anziché indifferente; nella constatazione che l’esistenza non sia solo una sofferenza senza senso ma un male stesso in sé; persino nella negazione di un sé ridotto a mero burattino, un meccanismo di natura. Estremo, e anche estremamente interessante sia per posizione estetica espressa in letteratura che in quanto posizione filosofica. Non direi di condividere un pessimismo tanto paranoico, ma poco ci manca e la mia idea dell’esistenza non differisce molto dalla sua, antinatalismo incluso. Bello avere qualcosa in comune, eh?! Che poi, uno tenderebbe a sperare di trovare in comune con uno dei suoi autori preferiti magari una certa abilità nello scrivere, o un certo gusto critico, o qualche caratteristica esteriore…. Non certo una parte delle sue patologie fra depressione, panico e fobie sociali. Vabbè, accontentiamoci.

“Il mondo è in effetti una comica, ma lo scherzo è giocato alle spalle dell’umanità,” tanto per citare qualcuno.

Paure più grandi? Probabilmente perdere il controllo, soprattutto in via definitiva (cosa che ti viene in mente dopo aver visto qualcuno di famiglia uscire di testa per l’Alzheimer). Un tempo ero seriamente aracnofobico, poi è finita che la scorsa estate mi son tenuto un ragno come animale domestico per una decina di settimane sotto la finestra del bagno (sa Zeus dove è andato a imboscarsi alla fine). Ma una volta aperti i conti con ansia e panico, le paure più grandi diventano semplicemente tutte.

Grazie Andrea del tuo tempo e a presto!

Giovanni Leone

Riferimenti:

I blog di Andrea Bonazzi:

http://in-tenebris-scriptus.blogspot.it/

http://web.tiscalinet.it/sculptus/

Il blog di Laird Barron,
in cui appaiono alcune sue opere ed interventi di importanti scrittori contemporanei:

http://imago1.livejournal.com/99516.html

Interviste ad Andrea Bonazzi:

http://www.ligotti.net/showthread.php?t=2234

http://swordandsanity.blogspot.it/2010/09/interview-andrea-bonazzi-master-of.html

http://www.innsmouthfreepress.com/blog/interview-andrea-bonazzi/