Film: “Eraserhead – La mente che cancella” (Eraserhead, 1977) diretto da David Lynch

Recensione di Ilaria Dall'Ara Eraserhead-1Henry Spencer, tipografo, vive da solo in uno squallido appartamento fra le allucinazioni che la sua mente malata visualizza. Durante un grottesco pranzo in casa dei suoceri, apprende che Mary, la sua ragazza è incinta e viene obbligato a sposarla, Nasce un ‘baby’ mostriciattolo orrendo e frignante che la madre, disgustata, abbandona alle cure di Henry il quale, esasperato, lo uccide. Dal corpo in disfacimento del piccolo fuoriescono esseri strani che infestano la casa e la vita di Henry. Il suo equilibrio psichico, già fragile, va in frantumi e la sua mente si scatena in allucinazioni e incubi… (Da Coming Soon.it)

Anno: 1977 | Regia: David Lynch | Attori: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, V. Phipps Wilson, John Monez, Darwin Joston, Neil Moran, Laurel Near, Judith Anna Roberts, Thomas Coulson, Jean Lange, Jack Fisk |Sceneggiatura: David Lynch | Fotografia: Frederick Elmes, Herbert Cardwell | Montaggio: David Lynch | Musiche: David Lynch, Peter Ivers | Produzione: DAVID LYNCH PER AMERICAN FILM INSTITUTE, LIBRA FILMS | Paese: USA  | Durata: 100 Min

David Lynch, classe 1946, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense dallo stile visivo e contenutistico tra i più innovativi e personali a livello mondiale, oltre che pittore, compositore, attore, montatore, scenografo e scrittore, ha pesantemente influenzato moltissimi autori delle nuove generazioni.

Eraserhead è il suo primo lungometraggio e fu finanziato dall’American Film Institute con un contributo iniziale di 10.000 dollari, che si esaurì nel primo anno; dopodichè un Lynch poco meno che trentenne dovette recuperare soldi da amici e parenti per riuscire a portarlo a termine ben sei anni dopo, anni durante i quali arrivò addirittura a perdere la casa finendo per dormire sul set del film.

La storia vede protagonista il giovane Henry (Jack Nance), un tipografo solitario dalla strana capigliatura che vive in un sobborgo desolato di una grigia città, che è costretto a sposare la fidanzata epilettica Mary (Charlotte Stewart) rimasta incinta; il frutto della loro unione, una specie di bimbo mutante, scatenerà l’inizio di un incubo dopo l’altro.

Girato in un bellissimo e contrastato bianco e nero, per scelta del regista, al fine di enfatizzare la presenza delle ombre, del buio e in modo che la completa assenza di colore non interrompesse la dimensione dell’incubo, definito dallo stesso Lynch: “un sogno di cose oscure e inquietanti”, Eraserhead è un film dai contenuti surreali e dallo stile fortemente espressionista, una sorta di fiaba dark, macabra, affascinante, misteriosa, ripugnante e malata, un vero e proprio viaggio metafisico che trascende il senso logico di ciò a cui assistiamo. L’angoscia che trasmette è fisicamente palpabile, risucchiandoci letteralmente in un trip sensoriale disturbante eppure magnetico, spiazzante ma poetico, che una sequenza memorabile dopo l’altra ci permette di spiare un incubo dall’interno, senza alcun tipo di censura o timore, sprigionando anche un certo gusto voyeuristico malsano ma a suo modo intrigante. A livello visivo colpisce soprattutto per alcune sequenze (come ad esempio la bizzarra cena a casa della famiglia disfunzionale di Mary o il sogno disturbante della “ragazza nel radiatore”), dalla potente suggestione ipnotica, che mettono in luce lo spiccato talento visionario del giovane autore.

Nella pellicola Lynch cura anche la sceneggiatura, il montaggio, gli effetti speciali artigianali, le scenografie minimaliste e le musiche, costituite spesso da suoni fastidiosi e prolungati, dalla forte connotazione industrial, proprio come le locations; e tutti i suoni hanno la stessa funzione determinante, e cioè di sottolineare il senso di angoscia del protagonista, sia che si tratti di ronzii o cigolii, della pioggia battente o del vento che infuria, delle urla che i personaggi si scambiano o del lamentoso pianto del bimbo-mostro. Senza dubbio Lynch è uno degli autentici geni del cinema degli ultimi quarant’anni e qui ha potuto dare libero sfogo alla sua stravagante creatività, senza alcun condizionamento produttivo o commerciale, mettendo in scena i suoi timori e le sue ansie, in special modo, palesemente, la paura della paternità, rappresentata dal bambino mutante, causa scatenante della sua demascolinizzazione e in ultimo anche da lui stesso messo in ridicolo in modo grottesco.

E nonostante il budget limitato, la giovane età e le tematiche fortemente scioccanti, lo straordinario talento del giovane regista esplode comunque in tutta la sua forza proprompente. Incredibilmente unico e originale, un horror enigmatico e sperimentale, sicuramente non per tutti i palati, alla sua uscita si temette che Eraserhead non potesse essere nemmeno distribuito, ma divenne invece poi un film di culto nei cinema del circuito underground dei Midnight Movies, in cui fu proiettato per i successivi dieci anni con grande successo.

Il livello di eccellenza di Eraserhead porterà poi la pellicola nel 2004 ad essere dichiarata “culturalmente significativa” dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti e a venire selezionata per la conservazione dal National Film Registry. Fra i tanti estimatori di questo grande film il regista Stanley Kubrick, che lo proiettava spesso durante la lavorazione di Shining per trasmettere inquietudine agli attori. Il film è stato anche spesso omaggiato: per citare un esempio, in Trainspotting, Renton, il protagonista, cammina sotto dei finestroni da sinistra a destra, inquadrato esattamente come lo strambo Henry.

Ma Eraserhead deve anche molto alla stralunata interpretazione del protagonista Jack Nance, personaggio di spicco della factory lynchiana, inseparabile amico del regista, e che ci ha lasciati prematuramente il 30 dicembre 1996, in seguito alle ferite riportate durante una rissa. Aveva partecipato a quasi tutti i film di David Lynch, rappresentando per il cineasta una sorta di attore-feticcio.

David Lynch da In acque profonde, 2006: “Eraserhead è il più spirituale di tutti i miei film. Quando lo dico nessuno capisce, ma è così. Eraserhead si stava sviluppando in una certa direzione, e non avevo idea di cosa volesse dire. Cercavo la chiave d’accesso a quelle sequenze. Qualcosa capivo ovviamente; ma non sapevo quale fosse il cemento che teneva insieme l’intero film. Così tirai fuori la Bibbia e iniziai a leggerla. Un giorno lessi una frase. Chiusi la Bibbia: era fatta. Fine del discorso. Allora vidi il film come un tutt’uno. La frase completò questa visione al posto mio, al cento per cento. Penso che non rivelerò mai quale fosse quella frase.”

Non poteva che chiudere con un altro enigma.

Ilaria Dall’Ara